Urbanistica

Il pregio dell’edilizia popolare della Milano di inizio Novecento

By 6 Novembre, 2019 5 Maggio, 2020 2 Comments

All’indomani della definitiva approvazione del PGT, lo scorso 14 ottobre, l’edizione locale di un quotidiano nazionale ha riassunto le prime dichiarazioni dell’assessore all’Urbanistica Pierfrancesco Maran in un titolo: «Il PGT cambierà Milano, via da subito alle case low cost».[1] Una definizione sintetica che si riferisce sia al modello social housing, relativamente recente, sia alle case popolari come tradizionalmente conosciute.

Nelle aree destinate a queste funzioni è stata incrementata la quota obbligatoria di appartamenti a prezzi convenzionati a fronte della possibilità di costruire al di sopra degli indici massimi. A breve saranno presentati i primi progetti e conosceremo la qualità degli interventi, che ci si augura si innestino sulla storia della Milano della prima metà del secolo scorso, piazza straordinaria di edilizia sociale, al limite dello sperimentale. Edifici o “villaggi” che, nati periferici o semiperiferici, oggi si ritrovano inglobati in zone centrali della città, molti dei quali notevoli per progettazione o pregevolezza. Oppure, semplicemente, per onestà costruttiva: chi non rimane almeno un po’ meravigliato dalla grazia del Quartiere Giardino di via Lincoln (conosciuto anche come “Quartiere Arcobaleno” per l’attuale tavolozza di colori delle facciate), edificato a fine Ottocento per i lavoratori di Porta Vittoria dalla Società Edificatrice Abitazioni Operaie?

Tutto esplose con l’urbanesimo susseguente ai processi di industrializzazione, che determinò flussi importanti dalle campagne alle città. La “legge Luzzatti” del 1903, per dare una risposta all’emergenza, riconobbe agevolazioni fiscali a determinati soggetti pubblici e privati[2]  che si fossero impegnati nella costruzione di abitazioni per i ceti meno abbienti e i lavoratori di fascia bassa, un incoraggiamento che il capoluogo lombardo e il suo territorio colsero avviando una vera e propria riscrizione della storia socio-urbanistica.

È di quello stesso anno il finanziamento della Società Umanitaria del primo quartiere operaio in via Solari (ex zona Macello), ancora esistente, su progetto dell’architetto Giovanni Broglio, un sistema di caseggiati di altezze diverse, collegati da un basamento al piano terreno e dotati di una corte destinata a servizi comuni, come una sala riunioni, biblioteca, teatro. Un intervento che fu riconosciuto avanguardistico all’Esposizione Internazionale del 1906. L’idea di creare quartieri popolari praticamente autosufficienti fu riproposta in borgo delle Rottole (attuale viale Lombardia superata via Porpora), uno splendido complesso di impronta liberty, arioso e luminoso, con acqua corrente e servizi igienici all’interno di ogni abitazione.

Nel 1908 si costituisce l’Istituto Autonomo per le Case Popolari (IACP, oggi ALER),[3] ente morale. Interessanti le sue realizzazioni del biennio 1919-1920 in particolare, con i villaggi di edilizia economica (in seguito demoliti) di Baravalle, Campo dei Fiori, Gran Sasso e Tiepolo, costituiti da casette a un piano e struttura in pilastri di cemento armato a sezione limitata, ispirati alla città-giardino inglese. E poi gli ambiziosi complessi nei quartieri Vittoria, Genova, Magenta, Tiepolo e Pascoli, Botticelli, Friuli, Andrea Del Sarto e Monza, con palazzi dalle facciate decorate da mensole sotto i balconi, cornici, frontoni e bow-window, elementi tipici delle residenze borghesi dell’epoca.

Una convenzione pubblico-privato diede vita al villaggio Borgo Pirelli (1922) nei pressi del quartiere Bicocca – un gioiello del liberty costituito da una trentina di villette, oggi purtroppo dimenticato – e Borgo Breda (1926) a Sesto San Giovanni, dove trovarono alloggio le maestranze delle rispettive aziende.

Con gli anni Trenta il razionalismo e il Movimento Moderno spostarono la prospettiva dall’idea di casa popolare a “casa per tutti”. Ne è un esempio il quartiere Fabio Filzi, realizzato tra il 1936 e il 1938 dall’allora Istituto Fascista Autonomo per le Case Popolari (IFACP), con volumi non più disposti in cortina bensì definiti da palazzine nude di ornamenti e ordinate in schiere parallele, nelle quali organizzare in modo idoneo gli spazi domestici nonostante le ridotte dimensioni degli appartamenti, ricevere correttamente la luce solare e godere degli spazi verdi tra l’una e l’altra.C’è un rapporto complesso tra forma urbanistica e comportamento del corpo sociale, l’una incide sull’altra. La speranza è che la Milano proiettata al 2030 da questo nuovo PGT non ricalchi le orme della seconda metà del secolo scorso, quando dal piano quindicennale INA-Casa (1949) nacque l’eredità speculativa dei decenni successivi, e spuntarono come funghi quartieri di calcestruzzo senz’anima – più spesso quantitativamente, raramente qualitativamente rilevanti –, dormitori satellite che continuano a scarnificare il volto delle periferie. Oggi non ci sono più margini, né suolo, per non adottare modalità organiche e non mettere nel concreto dei cantieri i princìpi della rigenerazione promessa.

Federico Giuliano


[1] In “la Repubblica” di Milano, 14-10-2019, intervista a Pierfrancesco Maran a cura di Alessia Gallione.

[2] Comuni, cooperative, enti morali, società di mutuo soccorso o di beneficenza, imprenditori.

[3] Per la storia di ALER si rimanda al volume 100 anni di edilizia residenziale pubblica a Milano, pubblicato nel 2008 in occasione del centenario dell’Istituto e consultabile qui.


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