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Housing Sociale

By 24 Giugno, 2019 2 Maggio, 2020 No Comments

Le caratteristiche di progetti già avviati e le linee guida contenute nei più recenti documenti di governo del territorio, sia regionali sia comunali, suggeriscono che la pratica di housing sociale stia avviandosi a divenire un preciso standard urbanistico, sviluppato secondo criteri sempre più innovativi e applicato in particolare nelle zone metropolitane.

Da non confondere con l’edilizia residenziale pubblica (Erp),[1] l’edilizia residenziale sociale (Ers) o housing sociale, benché di origini ancor più lontane nel tempo, ha avuto la sua prima e vera diffusione in alcuni Paesi del Centro e Nord Europa alle prese con la crisi abitativa del secondo dopoguerra. In Italia è uno strumento che ha registrato un’impennata negli ultimi vent’anni, a sostegno di un percorso di autonomia abitativa per quella fascia di persone (single, giovani coppie, famiglie numerose, anziani e disabili) che non si trova in condizioni economiche tali da poter accedere alle graduatorie di edilizia popolare ma che, d’altro canto, non è neppure in grado di affacciarsi al mercato libero degli affitti o dell’acquisto di un immobile. Ma non è solo questo: nella progettazione più virtuosa dell’housing sociale è centrale l’obiettivo del benessere abitativo e dell’integrazione di comunità, il che significa alloggi di qualità ed efficienti dal punto di vista energetico, presenza di spazi collettivi, impatto positivo sul quartiere, apertura alla città.

Il tema è saliente nella revisione del PGT alla quale si è messo mano recentemente nel capoluogo lombardo. Sulla base della proiezione demografica elaborata dal Comune di Milano al 2030, nell’area cittadina si stima una crescita di popolazione del 5,6% rispetto al 2016, con un aumento delle famiglie dell’8,3%.[2] Si consoliderebbe dunque una ripresa di attrattività già osservata a partire dal 2008 e particolarmente concentrata nell’ultimo quinquennio, che riguarda, oltre ai residenti, anche i cosiddetti “domiciliati”, tra cui i pendolari del lavoro e gli studenti universitari, uno scenario destinato obbligatoriamente a una riflessione sulla futura quantità della domanda abitativa, prevista in un totale di circa 4 milioni di mq,[3] e sulla sua qualità. La regia pubblica ha risposto a tali sollecitazioni puntando sull’incremento dell’housing sociale e su quote di abitazioni in affitto calmierato, con l’individuazione di alcune aree di densificazione strategica aperte anche ai progetti di investitori privati, che in questi ambiti potranno godere di nuovi dispositivi finalizzati a sostenere le realizzazioni.

Nel concreto, le quote Ers attualmente in attuazione o in programma di attuazione ammontano a circa 350.000 mq SL (tra programmi in Accordo Quadro Housing Sociale, programmi Abitare 1 e Abitare 2, residenze universitarie e altro), destinati a crescere in maniera sensibile a garanzia del mix sociale. Solo con i progetti di rigenerazione degli Scali ferroviari, in particolare, si aggiungeranno 156.498 mq SL, corrispondenti a una stima di 2908 alloggi, dei quali un 40% destinati all’affitto.[4]

Di pari passo, nelle nuove aree interessate dall’housing sociale, è previsto il potenziamento di funzioni non residenziali (verde attrezzato, commercio di prossimità, miglioramento del trasporto pubblico) a garanzia del mix funzionale, per pianificare una città organicamente più vivibile e superare progressivamente l’idea, ormai sorpassata, del quartiere dormitorio al quale è stata costretta una zona economicamente grigia di popolazione che, dato rilevante, va ampliandosi con un trend che pare inarrestabile.

Stefano Perani


[1] Per una chiara e dettagliata definizione di alloggio sociale si rimanda al decreto ministeriale 22 aprile 2008.

[2] Cfr. PGT, Documento di piano, Milano 2030. Relazione generale, p. 26.

[3] Ibidem, p. 29.

[4] Ibidem, p. 70.

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